Ultima modifica: 24 Ottobre 2018

Scuola e Territorio – Breve storia dell’Istituto

Il liceo classico e delle scienze umane “Benedetto da Norcia” nacque, sulla base di un Decreto del Ministero della Pubblica Istruzione, a metà degli anni Sessanta quando, a seguito della riforma del 1962 introduttiva della scuola media unica, il numero dei giovani che si iscrivevano alla scuola media superiore cominciava ad aumentare impetuosamente. Esso, nato come liceo classico, veniva incontro alle esigenze di una formazione classico-umanistica ormai diffusa nella grande e popolosa periferia a sud-est della Capitale; si trattava infatti del primo liceo classico situato in una zona periferica a forte insediamento di ceti popolari, operai e piccolo-borghesi. La sua crescita in termini di iscritti, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, fu rapida e intensa; i suoi studenti, in quegli anni di generale contestazione giovanile, si segnalarono, accanto a quelli di Istituti più tradizionali situati nel centro di Roma, per capacità organizzative, combattività e spirito d’iniziativa. La sede originaria, situata in piazzale delle Gardenie (Centocelle), a causa del grande afflusso di iscritti, fu affiancata, a metà degli anni Settanta, da una sede succursale posta in via Gino dall’Oro (Torpignattara); questa, a sua volta, verso la metà degli anni Ottanta, si rese autonoma diventando Liceo classico I. Kant. L’Istituto originario, nonostante la scissione, continuò però ad aumentare gli iscritti tanto che si rese necessario, verso la fine del decennio Ottanta, reperire una nuova sede: essa, attuale sede centrale, fu trovata in via Saracinesco, nei locali della ex scuola media inferiore Massimiliano Kolbe. Successivamente, a causa di una non più rapida ma tuttavia costante crescita, accanto e non distante della sede centrale sorse la sede succursale, in via Anagni, nei locali prima occupati dalla succursale dell’Istituto professionale statale per l’industria e l’artigianato “Europa”. A partire dall’anno scolastico 2012/2013, accanto al tradizionale indirizzo classico, è sorto e si è impetuosamente sviluppato anche l’indirizzo delle scienze umane. In tal modo il nostro Istituto si è aperto ed è venuto incontro ad esigenze nuove e diversificate, affermatesi in un territorio attraversato da rapidi e tumultuosi cambiamenti, indotti quest’ultimi anche da processi di insediamento di numerose comunità di immigrati, provenienti da paesi europei ed extraeuropei, comunitari ed extra-comunitari.

 

Il territorio di riferimento e le sue risorse sociali e culturali

Il Municipio V di Roma Capitale risulta dall’accorpamento, operato dalla riforma del Decentramento comunale del 2013, degli ex Municipi VI e VII. La sua popolazione si aggira intorno ai 250.000 abitanti, insediati in un’area ad altissima densità abitativa formata dai quartieri storici quali Pigneto, Prenestino, Torpignattara, Quadraro, Villa Gordiani, Collatino, Centocelle, Alessandrino, Quarticciolo, e da quartieri formatisi a partire dagli anni Settanta del sec. XX, come Casilino 23, Tor Tre Teste e Tor Sapienza. Esso risulta essere un’area abbastanza omogenea dal punto di vista della vicenda storico-temporale, urbanistica e sociologica. Sul piano storico si possono distinguere tre fasi di insediamenti umani:

  • una prima fase è relativa all’antichità imperiale, ed è caratterizzata dalla presenza sul territorio di importanti ville patrizie, quali la villa degli imperatori Gordiani e quella appartenente all’imperatore Costantino, altrimenti detta “Ad duas lauros”. Importanti testimonianze del periodo sono i resti dell’acquedotto Alessandrino, degli acquedotti Anio Vetus e Novus (poi restaurati e unificati, alla fine del XVI sec. da Sisto V, che diede loro il proprio nome Felice), del mausoleo di Elena, delle catacombe dei santi Marcellino e Pietro, oltre ai resti delle due ville imperiali sopra ricordate e ad altri più piccoli reperti (soprattutto sepolcri e colombari). L’insediamento sociale è costituito, per la maggior parte, dalle migliaia di servi occupati nello sfruttamento agricolo del suolo;
  • una seconda fase è costituita dal lungo Medioevo, nel corso del quale si assiste ad uno spopolamento accentuato del territorio e al suo degrado idrogeologico, causato innanzitutto dai dissesti nel sistema degli acquedotti (prodotti dalla mancata manutenzione) e dal conseguente impaludamento. I vari fossi e le varie marrane che attraversano, anche con corsi sotterranei, il territorio, sono il lascito del decremento demografico e del mancato sfruttamento agricolo del suolo tipici del Medioevo. L’attività prevalente è sempre quella agricola, ma la conduzione dei terreni non è più quella costituita dalla grande azienda patrizia, bensì quella rappresentata dai contratti semi-servili della colonia e dell’enfiteusi. A tale situazione cercarono di porre rimedio, ma in realtà consolidando il sistema vigente, a partire dal XVI sec. le vaste tenute della nobiltà romana (Mattei, Caetani, Colonna, Orsini, Borghese) che si contendeva il controllo dello stato pontificio e che aveva, nell’Agro Romano e nell’Agro Pontino, la sua maggiore fonte di reddito. Queste vaste tenute nobiliari, a causa dell’impoverimento che colpì la nobiltà “nera” romana a cominciare dal XVII secolo, furono via via lottizzate a tutto vantaggio di una nuova borghesia agraria che ha lasciato testimonianza del proprio passaggio con, ad esempio, la Villa Serventi e la Villa De Sanctis, proprietà di minore entità se confrontate con quelle della vecchia nobiltà, ma di dimensioni notevoli prima che, a seguito dell’annessione di Roma al Regno d’Italia, venissero anch’esse lottizzate e parcellizzate. Dal punto di vista sociale tale fase è caratterizzata, come detto sopra, da una diffusa presenza di coloni e di enfiteuti, certamente non così numerosi rispetto alle migliaia di servi che popolavano il territorio in età antica. Sono pochi i resti monumentali risalenti a questo periodo: sono soprattutto le torri innalzate, in funzione di difesa, dalla nobiltà “nera”, come la Tor dé Schiavi e la Tor Tre Teste in località Tor Sapienza;
  • una terza e ultima fase (di insediamenti intensivi e socialmente non legati allo sfruttamento agricolo del suolo bensì alle nuove attività, industriali e commerciali e amministrative, che caratterizzano la modernità) si è aperta dopo il 1870, a seguito della proclamazione di Roma quale Capitale del nuovo Regno. E’ questa la fase caratterizzata dalle grandi ondate immigratorie provenienti dalle regioni centrali (Lazio e Marche) e, soprattutto, meridionali (Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia). L’industria edilizia diventa il volano dell’urbanizzazione che trasforma il territorio e “crea” i quartieri del nostro Municipio, producendo altissimi livelli di rendita. Un’edilizia del tutto “non regolata” e all’insegna della ricerca del massimo profitto attraverso l’occupazione e la cementificazione di tutti gli spazi liberi. Tuttavia non sono affatto trascurabili altre industrie, più direttamente produttive, che hanno lasciato sul territorio importanti testimonianze che meritano di essere valorizzate non solo sul piano storico, ma anche economico: la grande fabbrica della SNIA, l’ex Pantanella, lo stabilimento Serono, i depositi ATAC. In alcuni casi la valorizzazione è avvenuta, sebbene in modi molto discutibili e all’insegna del profitto. Sul piano sociale scompaiono gli antichi coloni, sostituiti dal nuovo proletariato urbano: edili, chimici, alimentaristi, lavoratori dei trasporti, ecc. Accanto alla classe operaia s’insedia massicciamente la piccola borghesia impiegatizia e della Pubblica Amministrazione (impiegati dello Stato e comunali, insegnanti), così come si estende l’artigianato e il commercio al dettaglio. Nel corso di questa terza fase un ruolo molto importante lo gioca anche il regime fascista, molto spesso con scelte negative come la creazione delle borgate Gordiani, Prenestina e Quarticciolo, nate come luoghi di deportazione delle migliaia di sfrattati dal centro storico, i prodotti dei cosiddetti “sventramenti” e del “piccone demolitore”. Tuttavia bisogna riconoscere che è proprio durante il periodo fascista che, in alcuni quartieri, si estende un’edilizia privata di un certo pregio anche se modesta (come il quartiere dei Villini al Pigneto) ma, soprattutto, opere pubbliche (edifici scolastici) destinati a durare nel tempo: la scuola Giulio Cesare in via Conte di Carmagnola, la scuola Carlo Pisacane in via dell’Acqua Bullicante, la scuola Ciro Menotti (attuale liceo Kant) in piazza Zambeccari, la scuola Carlo Moneta (attuale J. Piaget) in via Diana. Se il fascismo si è fatto co-promotore di un’intensa e disordinata urbanizzazione dei nostri quartieri, la prima conseguenza di ciò è stata la lotta antifascista, tanto durante la Resistenza, quanto nell’immediato dopo-guerra, che ha caratterizzato la storia e le forme di organizzazione e di partecipazione alla vita politica delle masse popolari insediatesi nei quartieri del Municipio V.

Particolare rilievo acquista, in questo contesto, la lotta per la casa dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, causata dalla diffusa presenza, sul territorio, di agglomerati di “abitazioni” che definire disagiate può essere considerato un eufemismo; sono i “borghetti” formati da gruppi di baracche più o meno estesi: la già citata borgata Gordiani, il borghetto Prenestino, il borghetto Alessandrino, il borghetto dell’Acquedotto Alessandrino, il borghetto del Torrione, quello di via Norma, e molti altri ancora.

Sempre per quanto concerne la storia urbanistica del nostro territorio, non si può non ricordare le esperienze innovative che, sulla base di importanti leggi di riforma quali la Legge 167/62 e la Legge 865/1971, sono state realizzate sul piano di un migliore e più razionale assetto del territorio (il Piano di Zona Casilino 23, il quartiere di Tor Tre Teste, alcuni complessi edilizi nella zona di Tor dé Schiavi – Viale Agosta); esperienze che hanno visto all’opera famosi architetti-urbanisti come Carlo Aymonino e Ludovico Quadroni.

 

Tanto le vicende legate alla Resistenza, quanto i fenomeni di massa partoriti dalla ricostruzione e dalle lotte per la casa furono oggetto di analisi sociologiche, di opere letterarie, di opere cinematografiche (tra queste ultime sono da citare “Roma città aperta” di Rossellini, “Il gobbo del Quarticciolo” di Lizzani, “Il ferroviere” di Germi, “Accattone” di Pasolini, “Un borghese piccolo piccolo” di Monicelli, “La messa è finita” di Moretti).

Non bisogna inoltre dimenticare che anche i cosiddetti anni di piombo sono stati caratterizzati, nei nostri quartieri, da episodi dai risvolti drammatici e a volte anche tragici: basti ricordare le uccisioni di giovani militanti di diverso orientamento come Mario Zicchieri e Ciro Principessa.

 

A chiusura di questa rapido sguardo storico sul territorio di riferimento non si può non accennare al macroscopico fenomeno che, probabilmente, costituisce l’inizio di una nuova “quarta fase”: l’imponente immigrazione proveniente da paesi europei (albanesi, romeni ecc.) come da paesi extra-europei (soprattutto bangladesi, cinesi, indiani) e che, da qualche anno, è diventata oggetto di numerosi studi e inchieste promosse da Università e Istituti di Ricerca. L’importanza e le dimensioni del fenomeno sono testimoniate, da una parte, dalle cifre ufficiali sulla percentuale della presenza straniera regolare sul territorio (ormai il 12% dell’intera popolazione, ma una percentuale ancora più elevata se consideriamo solo le fasce più giovani di età); dall’altra, dalla presenza, ormai maggioritaria, di bambini e adolescenti nelle scuole primarie e medie inferiori. Questi nuovi concittadini, sebbene in maggioranza nati a Roma, risultano ancora ufficialmente “stranieri”, pur parlando la nostra lingua e pur condividendo largamente le nostre abitudini sociali e culturali. E’ questa popolazione che, con tutta probabilità, costituirà nei prossimi anni il grosso dell’utenza del Liceo Benedetto da Norcia e delle altre scuole superiori esistenti nel territorio.